Ansia, Panico e Fobie
Ansia, Panico e Fobie
è un Sito che si ripropone di informare sia sulle problematiche relative all'ansia ed ai disturbi d'ansia, che sui metodi di psicoterapia da noi utilizzati nel trattamento.
Al momento, nel Sito, sono presenti i seguenti articoli:
Su Ansia, Panico e Fobie
FOBIA SCOLASTICA: tra ansia da separazione e ansia sociale
Il disturbo ossessivo - compulsivo (DOC)
Sui metodi di psicoterapia dei disturbi d'ansia
sabato, 10.10.09
Ipnosi e Ipnositerapia
Ipnositerapia
L'ipnositerapia, in linea con la definizione dell' American Psychological Association - Psychological Hypnosis, è una forma di psicoterapia breve, efficace nel trattamento di un'ampia gamma di disturbi psicologici, fisici, psicosomatici e psicofisiologici. In alcuni casi può recare giovamento anche quando altri tipi di terapie siano giunte ad un impasse.
Psicoterapia ericksoniana
La psicoterapia ericksoniana si ispira all’opera di Milton H. Erickson, generalmente considerato il maggior specialista di ipnosi clinica al mondo: quando si parla di Erickson, infatti, si pensa soprattutto alla sua opera sull'ipnosi. Oltre che un grande innovatore nel campo dell’ipnosi clinica e sperimentale, Erickson è stato un maestro della psicoterapia breve, nella quale dispiegava una inesauribile varietà di tecniche di cambiamento.
Psicoterapia relazionale
L’Approccio Sistemico nasce dalla sinergia di diversi gruppi di ricercatori europei ed americani che, differenziandosi dal comune modo di intendere i processi di funzionamento mentale (limitato alle dinamiche psicologiche interne del singolo individuo), scoprirono come le modalità di comunicazione interpersonale potessero sia creare che risolvere i problemi tra persone.
FOBIA SCOLASTICA: tra ansia da separazione e ansia sociale
In alcune circostanze, bambini e adolescenti, pur trovandosi in momenti diversi del loro sviluppo, incontrano difficoltà nella gestione di quella importante area della loro vita che rappresenta la scuola.
FOBIA SCOLASTICA
Sebbene la fobia scolastica non sia direttamente menzionata all’interno del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, capita spesso di confrontarsi con questo disagio. La fobia scolastica o rifiuto ansioso della scuola descrive quelle situazioni in cui il rifiuto di andare a scuola si accompagna a reazioni molto intense di ansietà e panico.
Tale condizione riguarda l’1-5% dei ragazzi in età scolare senza differenze di genere, ed è più frequentemente riscontrata durante alcuni delicati cambiamenti evolutivi, quali l’inserimento nella scuola elementare (5-6 anni) e il passaggio alle scuole medie (10-11 anni).
Sintomi della fobia scolastica
I sintomi che si possono presentare al momento di andare a scuola sono agitazione, paura, pianto, fino al vero e proprio panico. Il soggetto può lamentare disturbi somatici come dolori addominali, vertigini, mal di testa, tremori, palpitazioni, dolori al torace, nausea, vomito, diarrea, dolori alle spalle e dolori agli arti. Quando l’angoscia è presente sin dalla sera precedente, si possono presentare disturbi del sonno, incubi e risvegli notturni a volte accompagnati da enuresi.
Spesso il ragazzo supplica i genitori di tenerlo a casa, promettendo che andrà a scuola il giorno dopo. A volte tenta di imporsi con la forza e con comportamenti violenti. Altre volte sembra calmarsi con la costrizione, ma non appena potrà, cercherà di fuggire dalla scuola per tornare a casa oppure lamenterà dei disturbi di fronte alle insegnanti che telefoneranno ai genitori affinché vengano a riprendere il proprio figlio.
Tra i fattori che possono predisporre il soggetto verso la fobia scolastica vi sono:
• eventi di vita stressanti (come la malattia propria o di un familiare, la separazione tra o da i genitori);
• relazioni conflittuali nella famiglia;
• un legame problematico con uno dei genitori;
• difficoltà con il gruppo dei pari o con un insegnante;
• il ritorno a scuola dopo una lunga interruzione o vacanza.
Alcune ricerche, che testimoniano una maggior frequenza del disturbo in figli di genitori che hanno a loro volta incontrato questa problematica nella loro vita, fanno pensare che possa esistere una vulnerabilità ereditaria.
IL DISTURBO DI ANSIA DA SEPARAZIONE
La paura di andare a scuola può essere facilmente correlata ad un disturbo d’ansia di separazione che si riferisce all’ansia che può incontrare il bambino nell’allontanarsi dalla sua casa e dalla sua famiglia.
Pur esistendo dei periodi sensibili in cui il bambino è considerevolmente preoccupato dalla lontananza e dalla perdita di un genitore, il livello di tale preoccupazione alle volte può crescere smisuratamente, fino a diventare una vera e propria angoscia, patologica e difficile da gestire.
Secondo il DSM IV (manuale diagnostico), dobbiamo parlare di disturbo d’ansia di separazione, quando siamo di fronte ad un’ansia inappropriata rispetto al livello di sviluppo e un’ansia eccessiva che riguarda la separazione da casa o da coloro a cui il soggetto è attaccato.
Sintomi del disturbo d’ansia di separazione
I sintomi più frequenti sono: malessere eccessivo ricorrente quando avviene la separazione da casa, persistente ed eccessiva preoccupazione riguardo alla perdita dei principali personaggi di attaccamento o riguardo al fatto che un evento spiacevole e imprevisto comporti una separazione da loro, riluttanza o rifiuto di andare a scuola o altrove, paura o riluttanza a stare solo o a dormire da solo, incubi sul tema della separazione, ripetute lamentele di sintomi fisici quando avviene o è solamente anticipata la separazione.
LA FOBIA SOCIALE
In altri casi la paura di andare a scuola nasconde una fobia sociale.
Per fobia sociale si intende una paura marcata e persistente che riguarda le situazioni sociali o prestazionali che possono creare imbarazzo.
La risposta allo stimolo sociale prevede un’ ansia eccessiva e irragionevole, che può dar luogo anche ad attacchi di panico.
Tale fenomeno influisce significativamente sulla routine quotidiana inibendo alcune attività e spesso condizionando i ritmi del resto della famiglia. La paura del giudizio sembra essere all’origine del disagio.
Le situazioni che espongono il ragazzo a contatti sociali, sembrano provocare una forte insicurezza che, a lungo andare, sfocia in isolamento sociale, disadattamento, evitamento delle persone e delle circostanze che implicano un contatto sociale.
Sintomi della fobia sociale
Tra i sintomi più frequenti: preoccupazione di rimanere imbarazzati, timore del giudizio degli altri e conseguente paura di apparire ansiosi, deboli, pazzi o stupidi, correlati fisiologici dell’ansia (come palpitazioni, sudorazione, malessere gastrointestinale, arrossamento del viso, tremori, diarrea e tensione muscolare, fino all’attacco di panico), timore di vomitare ed urgenza o timore di urinare.
Nei bambini si presentano inoltre: pianto, scoppi d’ira ed irrigidimento, l’aggrapparsi o lo stare vicina ad una persona familiare, inibizione delle interazioni fino al mutismo.
Tipicamente, l’esordio si ha nell’adolescenza, spesso esiste una storia infantile di inibizione e timidezza.
Altri disturbi che possono associarsi al rifiuto scolastico sono l’ansia generalizzata, gli attacchi di panico, la fobia specifica, il disturbo post traumatico da stress, il disturbo della condotta, il disturbo da deficit di attenzione-iperattività, oltre ai disturbi dell’apprendimento.
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La terapia
Il disturbo di fobia sociale, così come gli altri menzionati, può risultare invalidante fino a compromettere una frequenza scolastica continuativa (evasione scolastica).
Le conseguenze riguardano diversi ambiti: lo sviluppo emotivo e sociale, le acquisizioni scolastiche, le difficoltà nei rapporti con la famiglia e con il gruppo dei pari.
Tra le conseguenze a lungo termine vi è anche il rischio che tale atteggiamento possa in seguito riproporsi nella sfera lavorativa, minando ulteriormente la fiducia in se stessi, la propria autostima, rallentando il processo di crescita, inibendo l’autonomia e influenzando negativamente il processo di differenziazione ed emancipazione dalla famiglia.
È consigliabile pertanto, chiedere aiuto ad un esperto prima che il disturbo acquisti un peso significativo.
Quando si tratta di bambini o adolescenti, il percorso più indicato è la terapia familiare, in quanto il contesto affettivo in cui è inserito il ragazzo, riveste una grande importanza.
Accade frequentemente che i numerosi tentativi fatti dai genitori o dai parenti per sbloccare questo meccanismo inibente, non abbiano sortito risultati significativi, nonostante la preoccupazione e l’impegno con cui la famiglia ha cercato di aiutare il ragazzo.
La terapia familiare offre uno spazio in cui le premure delle persone coinvolte possono acquistare un nuovo significato, un nuovo valore che, oltre ad avere una funzione rassicurante , possono costituire un solido trampolino di lancio.
Le esperienze e la storia di alcune famiglie, conferiscono molto valore alla funzione protettiva e rassicurante del nucleo familiare e, in alcuni casi, il bambino o ragazzo che manifesta il disagio sociale, può godere di attenzioni e premure a cui spesso è difficile rinunciare.
In ogni caso, la famiglia risulta essere una risorsa importante per affrontare questo disturbo, in quanto, essendo un’alleata competente e motivata, è in grado di fornire una valida collaborazione in terapia.
Ansia e solitudine
ANSIA, DEPRESSIONE, SOLITUDINE diventano condizioni esistenziali sempre più diffuse tra i giovani nella fascia d’età compresa tra i 25 e i 40 anni.
ANSIA e DEPRESSIONE: il contesto
Questo fenomeno, in crescente aumento, dipende da molteplici fattori che interessano prevalentemente la sfera lavorativa e affettiva. In questa fascia d’età, la stabilità nell’ambito professionale e sentimentale rappresenta un prerequisito importante per raggiungere quella maturità ed autonomia che ci permettono di fare delle scelte importanti e di dare una direzione ben precisa alla nostra vita.
Per alcuni risulta essere molto frustrante l’impossibilità di accedere ad un’occupazione lavorativa che garantisca un’autonomia economica; per altri è avvilente e demoralizzante ricoprire un posto di lavoro non adeguato ai propri titoli e alle proprie capacità. Altri ancora, nonostante abbiano la possibilità di lavorare o di studiare, non riescono a intrattenere legami affettivi e sentimentali significativi, oppure vivono una situazione di isolamento sociale. In alcuni casi, due o più delle condizioni descritte sopra, coesistono.
FALLIMENTO PERSONALE PERCEPITO
Questo status psicologico e sociale spesso conduce ad un ritardo nello svincolo dalla famiglia d’origine, dalla quale risulta difficile differenziarsi e aumenta la sensazione di inefficacia, il senso di impotenza, di insoddisfazione e di fallimento nella crescita personale. Tra i molti giovani alle prese con questa nuova condizione psicologica e sociale, alcuni possono contare sul sostegno affettivo ed economico dei propri cari mentre altri non hanno validi punti di riferimento affettivo.
Il fattore che accomuna le persone coinvolte da questo malessere psico-sociale e che risulta essere più destabilizzante per loro, è la percezione di non riuscire a realizzarsi come persona, la sensazione di vivere uno stato di immobilità e ristagno nel quale sono sempre più risucchiate, fino a rassegnarsi e sperimentare questo stallo come uno stile di vita che si sostituisce progressivamente alle proprie ambizioni, alla speranze, alle aspettative su se stessi e sulle proprie capacità.
È molto frequente che persone anche molto giovani, in queste circostanze, incorrano in disturbi d’ansia o stati depressivi che rinforzano ulteriormente la consapevolezza del proprio insuccesso, come in un circolo vizioso.
DISTURBI D’ANSIA
I disturbi che maggiormente accompagnano questo tipo di disagio, sono prevalentemente i disturbi d’ansia.
Prima di tutto è bene ricordare che l’ANSIA non è sempre un fenomeno distruttivo. L’ansia rappresenta un’emozione di base che ha una funzione primaria nell’evoluzione dell’uomo in quanto comporta uno stato di attivazione neurovegetativa e vigilanza (arousal) funzionale alla sopravvivenza.
Questa componente emozionale si attiva ogni qualvolta una situazione viene percepita come soggettivamente pericolosa. In questi casi, le reazioni animali più comuni sono l’immobilità, la fuga, l’attacco o la ricerca di prossimità con una figura che reputiamo protettiva.
Se il nostro organismo non fosse in grado di sperimentare l’ansia, non riuscirebbe ad individuare il pericolo e a reagire ad esso. In queste circostanze si tratta di ANSIA FISIOLOGICA .
Essa diventa invece ANSIA PATOLOGICA quando persiste in assenza di stimoli potenzialmente pericolosi e comporta una preoccupazione immotivata.
Nella vita di tutti i giorni, alcune persone potrebbero manifestare una forma di ansia eccessiva di fronte a situazioni che, fino a qualche settimana prima, non sortivano alcuna agitazione e che, improvvisamente, diventano fattori ansiogeni. Altre persone potrebbero reagire in modo ansioso di fronte all’assunzione di responsabilità che, in quel momento, non riescono a sostenere, per esempio in campo lavorativo o affettivo.
A volte la sorpresa nello scoprire di essere meno forti o determinati di quanto si pensava, può disorientare, confondere e minare la fiducia in se stessi e nelle proprie capacità, soprattutto se non se ne conoscono le cause. Spesso questa situazione è accompagnata dalla fantasia di aver deluso noi stessi, le persone che credevano in noi e disatteso le aspettative e questa percezione è tanto più dolorosa quanto più noi siamo abituati a vederci come delle persone capaci, disciplinate, perfezioniste.
La certezza del proprio valore si sgretola giorno dopo giorno, lasciando un profondo malessere di cui non si capisce bene l’origine e, questa ulteriore incertezza, contribuisce ad alimentare la sensazione che stiamo perdendo il controllo sulla nostra vita e il potere di darle una direzione. L’ansia che, nel nostro passato, era utile ad affrontare le sfide quotidiane, gradualmente si trasforma in un nemico che inibisce la nostra efficienza personale e sociale.
All’interno di questo contesto, il DISTURBO D’ANSIA compare quando l’individuo è pervaso da una preoccupazione esagerata nei confronti della propria capacità di attivazione che viene considerata rovinosa e inaccettabile e diventa essa stessa un pericolo a cui reagire.
In questi casi la reazione d’allarme è sproporzionata e irragionevole ed è alimentata dall’idea di fondo di non essere in grado di sostenere la situazione, di non averne il controllo e quindi andare incontro alla sicurezza di un insuccesso.
Il disturbo d’ansia comporta quotidiane limitazioni nelle persone che ne soffrono, divenendo sempre più invalidante e un ostacolo per la propria vita sociale, affettiva, lavorativa con l’aggravante che aumenta la propria percezione di INADEGUATEZZA.
Infatti spesso la persona che soffre di un disturbo d’ansia, si percepisce come un individuo disadattato, deficitario e tende a sottrarsi alla situazione temuta adottando un comportamento attivo di EVITAMENTO degli altri e delle situazioni che incrementa ulteriormente l’ANSIA ANTICIPATORIA per gli eventi futuri.
Questo circolo vizioso ingabbia l’individuo nella condizione di perenne procrastinatore e provoca un’ inevitabile DEMORALIZZAZIONE SECONDARIA dovuta al senso di sconfitta e rinuncia che, in breve, può contribuire all’insorgenza di un DISTURBO DEPRESSIVO. Spesso, alle manifestazioni di ansia, si alternano stati fisici di forte debolezza, astenia, pesantezza presenti fin dalla mattina e a causa dei quali ogni piccolo gesto, soprattutto se si tratta di uscire di casa, diventa un’impresa insormontabile.
Altre volte, questo senso di inadeguatezza, si presenta sotto forma di un ATTACCO DI PANICO, ovvero la manifestazione improvvisa e limitata nel tempo di una forte ed eccessiva paura che raggiunge rapidamente il picco di un’escalation provocando reazioni fisiche molto intense come tachicardia, sudorazione abbondante, capogiri, tremori, sensazione di soffocamento, vampate di calore, nausea, paura di morire, sensazione di svenimento o mancamenti, derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (essere distaccati da sé stessi)….
L’attacco di panico spaventa, sorprende e confonde. Lascia nella persona l’idea di non essere più in grado di gestire determinate situazioni, semina insicurezza soprattutto perché è al di fuori del nostro controllo e ci fa confrontare con la nostra impotenza e con l’imprevedibilità del nostro corpo. Quando la persona ha ripetuti attacchi di panico o prova una forte ansia in merito alla possibilità di avere nuovamente un attacco di panico, insorge un DISTURBO DI PANICO .
Molti giovani adulti sono sempre più interessati dai disturbi descritti sopra e questo, in larga parte, oltre a dipendere dal senso di insicurezza e precarietà frutto del nostro tempo, proviene anche da una conoscenza incompleta delle proprie risorse e potenzialità, oltre che dei propri limiti. Questa inconsapevolezza provoca un pesante disagio nelle relazioni e nell’espressione di noi stessi , disagio che blocca la propria crescita e riuscita personale, allontanandoci sempre di più dalla direzione desiderata. Durante queste fasi di transizione, fisiologiche nella vita di una persona, ma disfunzionali se persistono, un percorso terapeutico offre un valido contesto di aiuto. La terapia diventa una preziosa opportunità di evoluzione personale e un bagaglio esperenziale che fornisce gli strumenti necessari a rileggere in modo utile e produttivo le proprie vicende e vissuti emotivi, trovare delle soluzioni praticabili e restituire dignità alle proprie naturali vulnerabilità.
Il disturbo ossessivo compulsivo - D.O.C.
I pensieri ossessivi e i comportamenti compulsivi affliggono da sempre le persone: nell’antichità erano considerati espressione di una possessione soprannaturale ed erano temuti come manifestazione di poteri demoniaci che, nei casi più gravi, si tentava di fronteggiare mediante pratiche esorcistiche.
Le ossessioni sono delle idee, pensieri, impulsi o immagini persistenti che vengono esperiti, almeno inizialmente, come intrusivi e senza senso. Le persone generalmente reagiscono alle ossessioni tentando di ignorarle, di sopprimerle e di neutralizzarle con altri pensieri o azioni.
Le compulsioni sono comportamenti ripetitivi che la persona si sente obbligata a mettere in atto in risposta ad un’ossessione, secondo regole che devono essere applicate rigidamente. Tali comportamenti sono finalizzati e intenzionali: hanno lo scopo di neutralizzare o prevenire qualche disagio, qualche evento o situazione temuti. In linguaggio tecnico le compulsioni sono dette anche “rituali” o “cerimoniali”: sono comportamenti non connessi in modo realistico con ciò che dovrebbero neutralizzare o prevenire, e sono considerati chiaramente eccessivi anche agli occhi di chi è costretto ad eseguirli.
Accenneremo ora alle più comuni forme di ossessione e di compulsione.
Le forme più comuni di ossessione sono:
• ossessioni aggressive (preoccupazioni sull'idea di poter far male a sé o agli altri, pronunciare oscenità o insulti, rubare oggetti ecc.);
• ossessioni di contaminazione (preoccupazione o disgusto per i rifiuti o le secrezioni del corpo, per lo sporco, per i germi, per contaminanti ambientali, animali ecc.)
• ossessioni sessuali (pensieri, immagini o impulsi sessuali proibiti o perversi; pensieri di pedofilia o incesto od omosessualità ecc.);
• ossessioni di accaparramento/accumulo;
• ossessioni a sfondo religioso (preoccupazioni rispetto a sacrilegi o peccati di blasfemia; eccessiva moralità ecc.);
• ossessioni di simmetria o di precisione
• ossessioni varie (necessità di sapere o ricordare; timore di dire certe cose; timore di non dire proprio la cosa giusta; paura di perdere oggetti ecc.);
• ossessioni somatiche (preoccupazioni per le malattie; eccessiva preoccupazione per alcune parti del corpo o per l’aspetto ecc.).
Le forme più comuni di compulsione sono:
• compulsioni di pulizia/lavaggio (eccessivo o ritualizzato lavaggio delle mani, fare la doccia, fare il bagno, lavarsi i denti, pettinarsi, pulirsi in generale; pulizia della casa o di altri oggetti inanimati ecc.);
• compulsioni di controllo (serrature, stufe ecc.; che non sia avvenuto o non avverrà alcun danno a qualcuno o a se stessi; che non sia successo o non succederà nulla di terribile; che non si commetteranno errori ecc.);
• rituali ripetuti (riscrivere o rileggere; necessità di ripetere attività di routine come entrare/uscire da una porta, sedersi/alzarsi da una sedia ecc.);
• compulsioni relative al contare;
• compulsione di riordino/ridisposizione;
• compulsioni di accaparramento/accumulo (di posta, di vecchi giornali, di rifiuti, di oggetti inutili ecc.; ciò va distinto dalla raccolta per hobby o di preoccupazione per oggetti di valore sentimentale o monetario);
• compulsioni varie (rituali mentali; compilazione eccessiva di elenchi; necessità di dire, chiedere, confessare ecc.).
La relazione funzionale tra ossessioni e compulsioni può essere definita sulla base della loro relazione funzionale con l’ansia o il distress: mentre le ossessioni producono stati di ansia o distress, le compulsioni sono azioni (mentali o comportamentali) eseguite nel tentativo di attenuare tali stati. Non esistono compulsioni senza ossessioni, esistono tuttavia ossessioni senza compulsioni (ossessioni pure).
Una tra le caratteristiche più evidenti della sindrome ossessivo compulsiva è rappresentata dai dubbi (un’antica denominazione del disturbo è manie du doute). Il dubbio viene alimentato, in questi casi, dalla mancanza di fiducia nella capacità di ricordare gli eventi o, in termini più generali, dalla sensazione nei soggetti di non “sapere se sanno qualcosa”. Un’altra tra le caratteristiche centrali di chi soffre un disturbo ossessivo compulsivo, è la scarsa tolleranza all’incertezza relativa al campo della propria ossessione. Questa incertezza è spesso ritenuta molto più sgradevole del verificarsi reale dell’evento temuto; anzi, in taluni casi, alcune persone preferiscono che l’esito temuto si verifichi, piuttosto che rimanere nella sgradevole situazione d’incertezza.
Il dubbio e la scarsa tolleranza all’incertezza sono strettamente connessi e portano all’elaborazione di strategie (pensieri o azioni rituali) volti a neutralizzare il dubbio stesso. A sua volta, l’impegno profuso in questi tentativi di neutralizzazione produce una maggiore tendenza a emettere azioni compulsive, una difficoltà maggiormente elevata nell’interromperle e un più acuto disagio nel soggetto. Alcune ricerche (Horowitz) evidenziano una correlazione diretta tra la quantità di pensieri o immagini intrusivi e lo stress provato da chi soffre di questo disturbo.
L’ossessione è un’esperienza abbastanza comune e non sempre assume una rilevanza clinica. Quando causa disagio marcato, fa consumare tempo (anche più di un’ora al giorno) o interferisce con le normali abitudini quotidiane, con il funzionamento lavorativo (o scolastico) o con le attività e le relazioni sociali è consigliabile una intraprendere una psicoterapia.
Agorafobia
L’Agorafobia (o sindrome agorafobica) ha come caratteristica essenziale una intensa paura di essere soli o di trovarsi in luoghi pubblici dai quali, nel caso di un improvviso malore, la fuga può essere difficile o l’aiuto non disponibile. Le attività normali vengono sempre più ridotte man mano che le paure o i comportamenti di evitamento delle situazioni temute dominano la vita dell’individuo. Le situazioni più comunemente evitate includono l’essere nella folla, per esempio in una strada, o in un negozio affollato, oppure il trovarsi in tunnel, sui ponti, sugli ascensori o su un mezzo pubblico. Spesso l‘agorafobico, uscendo di casa, vorrebbe essere accompagnato da un membro della famiglia o da un amico.
L’agorafobia è molto spesso accompagnata da episodi ansiosi o attacchi di panico e, questa componente, mina e scoraggia la costruzione di progetti di autonomia. L’attacco d’ansia o di panico rafforza la convinzione della persona circa il bisogno di qualcuno che si prenda cura di lui fino a rendere impossibili una serie di attività anche elementari (come il fare la spesa). Si innesca così un circolo vizioso in cui gli attacchi d’ansia e panico aumentano la dipendenza e le sensazioni di incapacità personale; queste a loro volta, rendono più esasperato lo stato conflittuale e di insoddisfazione, facilitando la comparsa dell’ansia.
Chi soffre di agorafobia, in genere, sembra suddividere lo spazio in “zone sicure” e “zone pericolose”, laddove le zone sicure in genere sono definite dalla vicinanza alla propria casa o ad una persona significativa e di fiducia. Ne conseguono evitamenti sistematici e limitazioni più o meno gravi nelle possibilità di spostamento (verso tutte le zone ritenute pericolose) e, più in generale, nell’autonomia personale: si passa da limitazioni abbastanza lievi (ad esempio, evitare certi viaggi se non accompagnati) a limitazioni più gravi (ad esempio il recarsi a lavoro o l’affrontare seppur piccoli spostamenti nel proprio quartiere). Nei casi estremi, chi soffre di agorafobia può arrivare a vivere recluso in casa propria ed a dipendere completamente dai familiari.
Avvicinandosi alle situazioni che teme, ad esempio un centro commerciale chiuso o un supermercato, l’agorafobico inizia a sentirsi vulnerabile e ad anticiparsi mentalmente tutte le afflizioni che potrebbero capitargli: potrebbe andare fuori strada con l’auto o investire un pedone, perdersi, essere investito da un’auto mentre attraversa la strada o soffocare in un tunnel della metropolitana. Inoltre, gallerie e ponti possono crollare, gli autobus possono avere incidenti e gli ascensori bloccarsi. Con queste premesse, prima ancora di entrare nel centro commerciale, possono manifestarsi segni di agitazione tipici dell’ansia (tachicardia, dolori addominali, sensazione di soffocamento, di svenimento o di debolezza generalizzata, sudorazione eccessiva, ecc) che a loro volta possono essere considerati come indicativi di un grave disturbo fisico o mentale. Attraverso questo processo ricorsivo, aumentando la paura, aumentano anche i sintomi somatici dell’ansia.
Sembrano esistere varie combinazioni di atteggiamenti e tratti che rendono l’individuo vulnerabile allo sviluppo di questo disturbo. Tra questi ci sono: un accento all’autodeterminazione e un’ipersensibilità collegata al controllo o all’interferenza; una tendenza a reagire alla minaccia con il desiderio di fuggire; una perdita di sicurezza quando si è lontani da casa; un modello di interpretazione dei sintomi somatici come segni di un immediato scompenso fisico o psicologico; e una strategia di dipendenza da una figura protettrice per ottenere rassicurazione e assistenza.
È interessante notare come, molto spesso, la riluttanza dell’agorafobico a stare troppo attaccato alla figura protettrice, per timore di essere dominato, o troppo lontano per timore di incontrare una situazione dove ha bisogno d’aiuto, trova un parallelo nella sua sensibilità alle configurazioni spaziali. Chi soffre di agorafobia evita infatti sia gli spazi troppo stretti (luoghi affollati, stanzini, ascensori, ecc) che quelli troppo ampi (supermercati, centri commerciali, ampie distese pianeggianti, anfiteatri, ecc). Sia dal punto di vista spaziale, che da quello relazionale, le persone che soffrono di agorafobia possono sentirsi intrappolate in situazioni che non possono risolvere sia perché non sono in grado di staccarsi da quella persona o quella situazione che garantisce loro la sicurezza, sia perché si percepiscono prive di abilità gestionali.
Alcuni ricercatori hanno ipotizzato alcune precondizioni per l’insorgenza dell’agorafobia che ruotano principalmente attorno all’autosufficienza e all’autonomia personale così come si viene a costituire durante la conclusione del periodo adolescenziale. Questo sviluppo, comunemente difficile, diventa problematico per quegli adolescenti e quei giovani che abbiano delle ragioni per dubitare di essere in grado di agire autonomamente. Si genera così un conflitto tra la naturale spinta evolutiva verso l’autonomia e l’opposto desiderio di rimanere in un ambiente noto e familiare. È possibile che questa crisi venga risolta o evitata sostituendo la dipendenza dai genitori con quella nei confronti del coniuge; tuttavia, l’individuo può trovarsi in uno stato conflittuale dopo parecchi anni di matrimonio allorché l’impulso ad andarsene contrasta con la percezione della propria incapacità di vivere da solo. La situazione si può complicare ulteriormente con la nascita dei figli, la cui presenza può accrescere il livello di paura per le responsabilità che devono essere assunte, oltre che costringere, allo stesso tempo, nella relazione matrimoniale.
La circostanza generale che sembra condizionare maggiormente quanti soffrono di agorafobia è, da una parte, l’accresciuta aspettativa che si assumano le responsabilità dell’età adulta (come nel caso della paternità o della maternità) e/o, allo stesso tempo, che siano più indipendenti. La nascita di un bambino ad esempio, la perdita di una figura cara importante attraverso la separazione o la morte, un aumento di responsabilità a casa o a lavoro, sono tutte situazioni in grado di far precipitare i sintomi agorafobici. L’aumento di responsabilità rappresenta una minaccia per un agorafobico poiché egli crede che, se si comporterà inadeguatamente, potranno esserci conseguenze disastrose. Pertanto, la fiducia in sé stesso può essere minacciata sia dalle aspettative aumentate che dall’allontanamento di un sostegno sociale.
Come disturbo, l’agorafobia sembra essere più comune tra le donne e l’insorgenza tipica si colloca tra i venti e i trent’anni. Come sindrome, l’agorafobia sembra interessare circa il 2-3% della popolazione generale e, nonostante non esistano studi rigorosi al riguardo, molti ricercatori ipotizzano un decorso cronico in assenza di trattamento. Non è raro che molti pazienti che si presentano per una psicoterapia soffrano di manifestazioni agorafobiche da diversi anni.
Attacchi di panico
Il Disturbo da Attacchi di Panico, dal punto di vista sintomatologico, in altro non si concretizza se non nel vero e proprio corteo di sintomi della paura. Il panico infatti, come reazione psicofisiologica, può essere definito la forma estrema della paura: si tratta di una reazione innescata dalla percezione attraverso i nostri sensi o da immagini mentali (di tipo sia realistico che fantastico), che coinvolge l'intero organismo. Esiste un continuum di percezioni ansiose che possono oscillare dall'esitazione fino all'ansia, alla paura, al panico.
La paura è un'emozione provata in tutto il regno animale: essa serve a preparare l'organismo, nel suo insieme di psiche e soma, ad affrontare un pericolo, e ad approntare il comportamento di risposta all'evento temuto: generalmente la fuga o l'attacco.
Negli organismi normali, quanto maggiore è la minaccia percepita (e più grave la posta in gioco), tanto maggiore sarà l'intensità di questi meccanismi preparatori (la risposta alla minaccia reale o percepita). Sotto stress, la capacità dell'uomo di proiettarsi con la mente, e con la memoria, nel passato e nel futuro, lo rende vulnerabile - paradossalmente - alla stessa emozione che dovrebbe garantire la sua sopravvivenza: la paura.
Il panico vero e proprio la persona lo raggiunge focalizzando l'attenzione sui propri stati interni fisiologici in reazione alla paura. Tale processo ingenera (aumentandolo) uno stato di apprensione ansiosa incentrata sui propri stati corporei interni e fisiologici. Una volta innescato, questo processo può diventare ricorsivo (tendendo così ad auto-alimentarsi).
Gli attacchi di panico sono comunemente descritti come un'improvvisa manifestazione di ansia o una rapida escalation di quella solitamente presente. Nel particolare, un episodio può essere caratterizzato da risposte fisiche quali palpitazioni, capogiri, sudorazione, sensazione di soffocamento, tremore o brividi. Chi sperimenta un attacco di panico avverte una perdita di controllo, una sensazione di dissolvimento del sé, la paura (o un livello molto forte di ansia) prende il sopravvento sulla capacità decisionale del soggetto che si percepisce in forte pericolo e senza risorse per reagire (in una sorta di stato dissociato che lo porta a una fuga più o meno precipitosa).
In seguito ad un attacco di panico (o all'esperienza di numerosi attacchi di panico) può insorgere - ma non è una regola - la paura della paura: ossia la paura relativa alla possibilità che possa verificarsi nuovamente un attacco di panico in situazioni in cui potrebbe essere difficile da gestire (o da "controllare" ).Tale paura porta spesso ad evitare le situazioni ritenute potenzialmente "a rischio", limitando così la libertà e lo stile di vita personale. In tal modo episodi di attacchi di panico possono strutturarsi in un disturbo vero e proprio che può divenire estremamente invalidante per chi ne soffre.
Soffrire un disturbo di attacchi di panico significa fare esperienza frequentemente di forti stati ansiosi, con lunghe e faticose ruminazioni, che talvolta sfociano nella paura di poter soffrire, perdere il controllo fino a poterne anche morire. La paura tende a generare confusione, stordimento, assenza: durante un attacco di panico, la concentrazione si focalizza sul pericolo, il cervello esamina velocemente azioni alternative sotto pressione, dissociandosi da ogni altro pensiero. In questo stato, la persona può percepire un senso di estraneità da sé, una sensazione di stordimento o di vertigine. Il ritmo di respiro può diventare affannoso, è possibile percepire del formicolio, sensazioni di torpore o vampate di calore.
I sintomi degli attacchi di panico sono classificati, da un punto di vista psicodiagnostico, attraverso dei criteri. I criteri per diagnosticare un disturbo da attacchi di panico sono:
Un periodo preciso di intensi paura o disagio, durante il quale quattro (o più) dei seguenti sintomi si sono sviluppati improvvisamente ed hanno raggiunto il picco nel giro di 10 minuti:
1) palpitazioni, cardiopalmo, o tachicardia;
2) sudorazione;
3) tremori fini o a grandi scosse;
4)dispnea o sensazione di soffocamento;
5) sensazione di asfissia;
6) dolore o fastidio al petto;
7) nausea o disturbi addominali;
8 ) sensazioni di sbandamento, di instabilità, di testa leggera o di svenimento;
9) derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (essere distaccati da sé stessi);
10) paura di perdere il controllo o di impazzire;
11) paura di morire;
12) parestesie (sensazioni di torpore o di formicolio);
13) brividi o vampate di calore.
La caratteristica essenziale del disturbo da attacchi di panico è un periodo preciso di intensa paura o disagio accompagnati da almeno quattro sintomi somatici o cognitivi su 13. L’attacco ha un inizio improvviso, raggiunge rapidamente l’apice (di solito in 10 minuti) ed è spesso accompagnato da un senso di pericolo o di catastrofe imminente.
E’ importante considerare il contesto in cui si manifesta l’attacco. Vi sono tre tipi di attacchi caratteristici con differenti relazioni tra l’esordio dell’attacco e la presenza o assenza di fattori scatenati situazionali:
- Attacchi di panico inaspettati nei quali l’esordio non è associato con un fattore scatenante situazionale;
- Attacchi di panico provocati dalla situazione (provocati) nei quali l’attacco quasi invariabilmente si manifesta subito durante l’esposizione o nell’attesa dello stimolo o fattore scatenante situazionale;
- Attacchi di panico sensibili alla situazione, che hanno più probabilità di manifestarsi in seguito all’esposizione allo stimolo o al fattore scatenate situazionale, ma non sono invariabilmente associati con lo stimolo e si manifestano necessariamente subito dopo l’esposizione.
La psicoterapia del Disturbo da Attacchi di Panico ha, in generale, come primo obiettivo quello di riportare ad un livello funzionale ed adattivo lo stile di vita personale del paziente attraverso la riduzione progressiva dei sintomi. La prima fase della psicoterapia mira ad evitare al paziente di rimanere ancora troppo a lungo vittima dei limiti imposti dal panico.
L'uso dell'ipnosi, inoltre, permette di incidere sulla struttura del disturbo da attacchi di panico portando gradualmente il paziente a gestire "involontariamente" le proprie emozioni (panico, paura e ansia) piuttosto che continuare a sforzarsi di controllarle e di combatterle senza successo (come tanto spesso accade). Una volta fuori dal circolo vizioso del panico, la seconda fase della psicoterapia permette di riorientarsi in una nuova realtà priva del problema.
sabato, 24.01.09
Ansia e Fobia Sociale
"Ansia" e "Fobia sociale" sono termini spesso usati come sinonimi. Lo stesso manuale diagnostico psichiatrico accanto al termine fobia sociale pone tra parentesi quello di disturbo d’ansia sociale. Il disturbo d’ansia sociale (o fobia sociale) è caratterizzato da una marcata paura di esporsi a una o più situazioni sociali o di eseguire in pubblico – e sotto osservazione – alcune semplici azioni, valutate dalla persona come vere e proprie prestazioni: essere presentati a persone sconosciute (soprattutto se ritenute importanti), parlare in pubblico, cibarsi davanti ad altre persone (ospiti o talora anche familiari), scrivere di fronte agli altri, utilizzare il telefono in pubblico, fare la fila al supermercato, ecc.
Tutte le situazioni temute condividono, comunque, la credenza della persona di essere osservata , giudicata, valutata negativamente, come persona inadeguata e ridicola. La situazione temuta diventa così in grado di determinare l’attivazione dei correlati fisiologici dell’ansia innescando tutta una serie di processi che determinano uno scadimento della “prestazione” sociale e tragicamente agiscono come conferma dell’assoluta incapacità di trasmettere agli altri una soddisfacente impressione di sé.
Da questo punto di vista la fobia sociale si manifesta con la tipica sintomatologia somatica dell’ansia: tremori, rossore, vampate di calore, sudorazione, palpitazioni, ipertono muscolare, confusione mentale, discinesie gastrointestinali, cui con evidenza si associano le reazioni comportamentali tipiche dell’emozione di vergogna: rossore del viso, postura dimessa e sfuggente, capo chino, tendenza ad abbassare lo sguardo, desiderio di sprofondare (e comunque di sfuggire lo sguardo altrui), ecc. L’inderogabile scopo di lasciare di sé una favorevole impressione agli altri viene così disatteso, introducendo nella persona un circolo vizioso di prestazioni inefficaci fino all’evitamento delle situazioni sociali percepite come rischiose.
Dalla mia esperienza professionale posso dire che quanti sono affetti da fobia sociale sono persone con un livello di istruzione spesso molto elevato, intelligenti e sensibili, ma essendo anche spesso i più perfezionisti (pretendendo da sé degli standard molto elevati) risultano incapaci di esprimere il proprio potenziale umano e culturale, divenendo così i critici più severi di sé stessi. La scarsa valutazione delle proprie possibilità, del proprio valore, della propria accettabilità li porta a percepirsi come senza qualità, come persone su cui non vale la pena investire nulla. Non a caso molti arrivano in terapia single e con un lavoro insoddisfacente.
Il fulcro del problema sta nel fatto che la persona con fobia sociale tende a strutturare l’immagine che ha di sé sull’unica base di un successo sociale che non avviene mai: il giudizio degli altri è determinante e temuto al tempo stesso. Da un lato lo scopo principale della persona con fobia sociale nel relazionarsi agli altri è quello di fare bella figura, di lasciare un’immagine di sé favorevole, dall’altro il fobico sociale risulta particolarmente insicuro di poter ottenere quanto desidera. È infatti il timore che le proprie prestazioni espongano a valutazioni negative da parte degli altri, la paura del giudizio negativo altrui, a costituire l’aspetto centrale della fobia sociale.
Fare brutta figura è la cosa più temuta da chi soffre di fobia sociale, il che consiste generalmente nell’essere considerati una persona di scarso valore, fragile, debole emotivamente, incapace di controllarsi esibendo in pubblico i segni dell’ansia e della vergogna. Questo porta a non tollerare l’incertezza degli eventi: è tremendo per chi soffre di fobia sociale pensare di potersi ritrovare goffo, impacciato, col volto rosso e sudato per l’ansia e la vergogna. Attraverso l’ansia e la vergogna il fobico sociale può percepirsi senza potere nell’ottenere quanto più desidera (ad esempio mostrarsi adeguato) e fa esperienza della paura e del dispiacere di poter ottenere solo valutazioni negative a scapito dell’immagine che da e che ha di sé.
Nella fobia sociale, inoltre, si riscontra quasi sempre (e con maggiore intensità rispetto ad altri disturbi d’ansia) la presenza di pensieri autosvalutativi: inserito nella situazione temuta spesso il fobico sociale innesca (in automatico) tutta una serie di pensieri negativi e svalutanti che gli impediscono di porre attenzione a ciò che realmente sta accadendo intorno a lui. L’ansia anticipatoria induce una sempre maggiore focalizzazione su di sé contribuendo, attraverso un ciclo ricorsivo, all’ulteriore incremento dell’ansia stessa (e al decadimento delle prestazioni).
Un’altra caratteristica frequente della fobia sociale è il rimuginio. Attraverso il rimuginio la persona con fobia sociale ripropone a sé stessa incessantemente la scena del proprio disastro senza peraltro riuscire a trovare la soluzione al proprio problema. Poi c’è anche il rimuginio post evento: attraverso questo processo di pensiero la persona impiega tempo ed energie a ripensare, rianalizzare e rivivere situazioni sociali fallimentari del suo passato. Anche questo contribuisce a rendere l’evento temuto sempre più pericoloso ed insostenibile.
Tali forme di pensiero sono collegate al bisogno percepito di tenere sotto controllo gli eventi nel tentativo di eliminare il rischio di sbagliare e rispondere così al dubbio costante sulle azioni da intraprendere. In questo modo la persona con fobia sociale cerca di controllare ogni aspetto del suo stato interno, della sua attività comunicativa verbale e non verbale a scapito della propria naturalezza: risulta così concentrata sui propri controlli e sulle strategie che adopera per evitare i rischi, da non riuscire a dedicare la benché minima attenzione agli altri ed alla situazione sociale nel suo complesso.
Questo è, in linee generali, quanto tende ad accomunare chi soffre di ansia sociale fino allo svilupparsi di una fobia sociale (col conseguente evitamento delle situazioni temute). In favore della sintesi non mi dilungherò sugli aspetti inerenti la psicoterapia della fobia sociale (che si possono evincere dalla descrizione del problema), ma concludo questo articolo accennando al fatto che quello qui descritto è un disturbo piuttosto comune e che spesso si associa ad altri disturbi, in primis il disturbo da attacchi di panico e la depressione.
domenica, 16.12.07
Ansia - Disturbi d'ansia
L’ansia, dal punto di vista etimologico, deriva dal termine tardo latino “ănxia” (da angere, stringere). L’area semantica dell’ansia, generalmente, include definizioni come questa: “stato tormentoso dell’anima, provocato dall’incertezza circa il conseguimento di un bene sperato o la minaccia di un male temuto”, mentre l’ansietà (lo stato ansioso) viene così definita dai dizionari: “Inquietudine tormentosa, trepidazione (causate da uno stato di dubbio, di timore o da intensa, violenta bramosia); angustia, affanno, dolorosa apprensione”.
Generalmente l’ansia viene considerata dai professionisti della salute mentale come la madre di tutte le emozioni e, proprio per questo, è utile differenziare sia l’ansia da altre emozioni ad essa affini, che un’ansia intesa come condizione esistenziale (per cui ogni essere umano ha fatto e fa esperienza dell’ansia) da un’ansia patologica.
Dal punto di vista esistenziale, l’ansia è un’emozione che ha la funzione positiva di tenerci informati sullo stato di successo o fallimento attuale e previsto che abbiamo nel raggiungere i nostri scopi e - contemporaneamente - attiva il nostro organismo per prendere le misure necessarie a ristabilire in modo rapido un andamento favorevole.
L’ansia condivide con altre emozioni, come l’angoscia, la paura, il panico o il terrore, alcune similitudini nel funzionamento e, nello specifico, il fatto di costituire una tipica risposta al pericolo (reale o presunto tale). In virtù di ciò, a volte potrebbe risultare difficile, dal punto di vista esperienziale (o fenomenologico), distinguere tra loro queste emozioni. Nello specifico, ad esempio, mentre la paura è maggiormente legata alle situazioni presenti, a pericoli in corso (l'oggetto della paura è conosciuto), l'ansia è relativa a eventi non immediati e può essere sperimentata anche in assenza della consapevolezza dello stimolo scatenante (del pericolo): non a caso nell'ansia l'attivazione corporea è meno massiccia e pervasiva che non nella paura.
Ciò che accomuna e differenzia le risposte emotive al pericolo è il loro contenuto cognitivo da un lato e la reazione somatica che le accompagna dall'altro. Il contenuto cognitivo riguarda generalmente un pericolo imminente e, l'emozione esperita, sarà tanto più intensa quanto più sarà grande il presunto pericolo; la reazione somatica è una reazione di allarme sostenuta da un aumento del tono adrenergico che mette l'organismo nelle condizioni migliori per combattere o fuggire e dunque per opporsi al pericolo che percepisce.
La risposta dell’organismo alla minaccia può essere discussa nei termini di tre principali tipi di reazione:
- la mobilitazione
- l’inibizione,
- la smobilitazione.
La mobilitazione prepara l’individuo alla difesa attiva. L’inibizione (un’espressione della reazione di blocco) è preposta alla riduzione del “comportamento rischioso” e per prendere tempo al fine di elaborare una strategia adeguata. La smobilitazione denota invece la disattivazione dell’apparato motorio e riflette il senso di impotenza di fronte a un pericolo sovrastante.
Ma quand’è che l’ansia diventa patologica?
Esistono senza dubbio delle differenze individuali nella propensione a provare ansia. La tendenza all'ansia è dovuta, principalmente, alla percezione della realtà come minacciosa e di sé come incapaci a fronteggiare gli eventi. Questi due elementi costituiscono un fattore di vulnerabilità e possono spingere l'individuo a una ipervigilanza continua rispetto ai possibili indizi di minaccia presenti nell'ambiente e, soprattutto, nelle situazioni nuove.
Ciò che trasforma l'ansia in un disturbo d'ansia non è l'attivazione fisiologica che segue alla percezione di una minaccia nell'ambiente: quando invece tale attivazione diviene, a sua volta, oggetto di valutazione catastrofica e diventa essa stessa una minaccia (spesso più grave di quella esterna che ha funzionato da stimolo), allora è in atto un processo disfunzionale, un disturbo.
Per chi soffre un disturbo d'ansia, generalmente i pericoli possono essere ipotetici e distanti e per l'ansioso potrebbe non esserci un limite alle ipotesi negative, fino al punto per cui può arrivare ad instaurarsi un continuo rimuginio relativamente a tutte le cose sgradevoli che possono capitare. Un evento, infatti, può essere sperimentato come minaccioso se pensiamo di non avere su di esso alcun potere, se riteniamo di non poterlo controllare, pur conoscendolo e prevedendolo. A volte, l'idea che un controllo possa comunque essere esercitato e possa valere a evitare l'evento temuto, genera una situazione di continuo ipercontrollo, nell'illusione che ciò varrà a evitare il peggio.
Una volta che il disturbo d’ansia si è instaurato, la vita della persona può modificarsi sostanzialmente e, insieme ad essa, le relazioni interpersonali e l’idea che si ha su se stessi. Una parte consistente della giornata può venire assorbita da pensieri e comportamenti connessi all’evitamento degli eventi temuti e ciò peggiora la capacità di fronteggiare i compiti della vita quotidiana: le performance possono peggiorare e la fatica aumentare costantemente.
Non è facile descrivere tutti i sintomi che possono presentarsi e contraddistinguere al tempo stesso i diversi disturbi d’ansia: i sintomi che denotano un disturbo d’ansia, infatti, possono coinvolgere generalmente uno o più dei quattro sistemi funzionali che di norma sono coordinati per produrre risposte adattive alle situazioni di pericolo. Quindi potremo avere sintomi di tipo:
- cognitivo
- affettivo
- comportamentale
- fisiologico
I sintomi cognitivi dei disturbi d’ansia possono a loro volta includere: sintomi sensoriali – percettivi, difficoltà di pensiero e sintomi concettuali. Molti di questi sintomi, che sono descritti di seguito, sono una versione intensificata di funzioni normali (come l’autoconsapevolezza e l’ipervigilanza). Altri sintomi invece sembrano essere il risultato dell’inibizione di normali funzioni (ad esempio la perdita di concentrazione e i blocchi). Altri sintomi ancora denotano un’erosione del controllo volontario su processi ordinariamente sotto tale controllo (come la perdita di obiettività e di capacità di valutazione):
- Sintomi sensoriali – percettivi. Questo tipo di sintomi è significativo non per via della sua gravità o per la sua interferenza con la funzione sensoriale e percettiva, ma perché sono poco conosciuti e non immediatamente controllabili, per cui tendono ad indurre le persone più sensibili a pensare di stare per “uscire di senno”. Tali sintomi includono: mente confusa, oscurata, stordita; gli oggetti sembrano offuscati/distanti; l’ambiente sembra diverso/irreale; senso di irrealtà; consapevolezza di sé (che genera imbarazzata timidezza, tipica di chi prova apprensione quando si sente al centro dell’attenzione); ipervigilanza. In realtà tali distorsioni percettive, come gli sdoppiamenti visivi o il senso di irrealtà, possono manifestarsi a volte in persone non ansiose, che generalmente le ignorano. L’individuo vulnerabile, invece, attribuisce a questi sintomi un significato patologico e, la paura che ne deriva, può arrivare anche ad indurre un attacco di panico.
- Difficoltà di pensiero. Ai disturbi d’ansia spesso si associano difficoltà nel ricordare cose importanti; confusione; incapacità a controllare il pensiero; difficoltà di concentrazione; distraibilità; blocco; difficoltà nel ragionamento; perdita di obiettività e prospettiva. Le difficoltà di pensiero possono essere prodotte da una varietà di fattori. Le inibizioni cognitive possono interferire con la memoria e produrre dei blocchi. Inoltre, la capacità cognitiva dell’individuo viene talmente logorata dal continuo far fronte al “pericolo”, che rimangono ben poche capacità per soddisfare altre esigenze del processo cognitivo. Ciò può condurre a difficoltà nel ragionamento e nel mantenimento di un atteggiamento di obiettività verso i sintomi associati con l’ansia.
- Sintomi concettuali. Questo tipo di sintomi riflettono la preoccupazione per il senso di vulnerabilità e pericolo: paura di perdere il controllo; paura di non saper fronteggiare le situazioni; paura di ferite fisiche/morte; paura di disturbi mentali; paura di valutazioni negative; immagini visive minacciose; ideazione spaventosa ripetitiva.
I sintomi affettivi sono spesso quelli più vistosi nei disturbi da ansia. Le esperienze qualitative dell’ansia possono differire da una situazione all’altra e anche volta per volta nella stessa situazione. Gli aggettivi tipici per la descrizione di tali stati affettivi possono variare, così l’ansioso può sentirsi spesso irritabile, impaziente, a disagio, nervoso, teso, suscettibile, timoroso, spaventato, terrorizzato, allarmato, atterrito, eccitato, agitato, ecc.
I sintomi comportamentali generalmente riflettono, come accennato in precedenza, o l’iperattività del sistema comportamentale oppure la sua inibizione. Vi può essere infatti inibizione; immobilità del tono muscolare; fuga; evitamento; linguaggio difficoltoso; coordinazione difettosa; agitazione; collasso; iperventilazione. L’immobilità del tono muscolare è un’espressione della reazione di blocco, mentre il comportamento agitato e i tremori rappresentano la mobilitazione del corpo per l’azione.
I sintomi fisiologici riflettono la prontezza dell’organismo nella sua globalità per la reazione di auto protezione. Il ramo simpatico del sistema nervoso autonomo facilita la strategia di fronteggiamento della situazione. Così l’aumento del ritmo cardiaco e della pressione sanguigna aiutano attivamente la persona a difendersi o a fuggire. I sintomi parasimpatici, invece, facilitano la strategia del collasso, espressione del fatto che la persona è impotente di fronte alla minaccia. I sintomi fisiologici nei diversi disturbi d’ansia possono interessare l’attività cardiovascolare (palpitazioni, aumento del ritmo cardiaco, aumento della pressione sanguigna; oppure debolezza, svenimento, calo della pressione sanguigna, calo del ritmo cardiaco), dell’apparato respiratorio (difficoltà respiratorie, pressione al torace, nodo alla gola, sensazione di soffocamento, respiro affannoso, rapido o superficiale, ecc.), del sistema neuromuscolare (incremento dei riflessi, reazione d’allarme, palpebra contratta, insonnia, spasmo, tremore, rigidità, agitazione, espressione contratta, camminare nervosamente, vacillare, debolezza generalizzata, gambe traballanti, movimenti goffi), dell’apparato gastrointestinale ( dolore addominale, perdita d’appetito, repulsione per il cibo, nausea, bruciore di stomaco, fastidio addominale, vomito), del tratto urinario (impulso a orinare, frequenza della minzione) e della pelle (rossore al volto oppure volto pallido, sudorazione localizzata o diffusa, momenti di caldo o freddo, prurito).
Riporto di seguito la maggior parte dei disturbi di rilevanza clinica in cui l’ansia svolge un ruolo centrale:
- Disturbo da attacchi di panico: un attacco di panico corrisponde a un periodo preciso durante il quale vi l’insorgenza improvvisa di intensa apprensione, paura o terrore, spesso associati con una sensazione di catastrofe imminente. Durante questi attacchi sono presenti sintomi come dispnea, palpitazioni, dolore o fastidio al petto, sensazione di asfissia o di soffocamento, sbandamento o vertigine, senso di instabilità, sentimenti di irrealtà, parestesie, vampate di calore o sensazioni di freddo, sudorazione, senso di svenimento e paura di “impazzire” o di perdere il controllo. Gli attacchi di solito durano pochi minuti, più raramente ore..
- L’Agorafobia: la caratteristica essenziale è una intensa paura di essere soli o di trovarsi in luoghi pubblici dai quali, nel caso di un improvviso malore, la fuga può essere difficile o l’aiuto non disponibile. Le attività normali vengono sempre più ridotte man mano che le paure o i comportamenti di evitamento dominano la vita dell’individuo. Le situazioni più comunemente evitate includono l’essere nella folla, per esempio in una strada, o in un negozio affollato, oppure il trovarsi in tunnel, sui ponti, sugli ascensori o su un mezzo pubblico. Spesso queste persone, ogni qual volta escono di casa, insistono per essere accompagnati da un membro della famiglia o da un amico.
- La Fobia Specifica: è caratterizzata da un’ansia clinicamente significativa provocata dall’esposizione a un oggetto o a una situazione temuti, che spesso determina condotte di evitamento.
- La Fobia Sociale: è caratterizzata da un’ansia clinicamente significativa provocata dall’esposizione a certi tipi di situazioni o di prestazioni sociali, che spesso determinano condotte di evitamento. La persona teme ed evita attivamente situazioni sociali in cui potrebbe mostrarsi inadeguato ed essere esposto al giudizio negativo degli altri. In questo caso ad essere in pericolo è l’immagine di se e, l’emozione più temuta, è la vergogna.
- Il Disturbo D’Ansia Ossessivo-Compulsivo: è caratterizzato da ossessioni (che causano ansia o disagio marcati) e/o compulsioni (che servono a neutralizzare l’ansia). La persona mette in atto faticosissime strategie (le compulsioni) per garantirsi, inutilmente, che un certo evento non accada. L’emozione più temuta, in questi casi, è la colpa.
- Il Disturbo Post-traumatico da Stress: è caratterizzato dal rivivere un evento estremamente traumatico accompagnato da sintomi di aumento dell’arousal e da evitamento di stimoli associati al trauma. La persona, infatti, tende già da se a rivivere di continuo nella memoria e nei sogni un’esperienza traumatica particolarmente rilevante.
- Il Disturbo d’Ansia Generalizzato è caratterizzato da almeno 6 mesi di ansia e preoccupazione persistenti ed eccessive. In questi casi la preoccupazione può estendersi a macchia d’olio su tutto senza più concentrarsi su aspetti particolari. Il soggetto vive costantemente in un mondo che giudica imprevedibile e pericoloso mentre si sperimenta incapace di fronteggiarlo.
- Nel Disturbo d’ansia da separazione l’evento temuto è il distacco dalle persone care senza le quali ci si reputa assolutamente non in grado di affrontare l’esistenza e delle quali dunque si ritiene d’avere infinito bisogno: l’idea di debolezza di sé che lo sostiene è evidente, ed il soggetto ritiene di non poter sopportare la tristezza ed il dolore della separazione.
Per concludere, è consigliabile intraprendere una psicoterapia quando si ha la percezione che l’ansia (o un disturbo d’ansia) limiti, in modi più o meno marcati, il proprio stile di vita personale.
